Tra baci appassionati, sguardi eloquenti, risate etiliche e barcollii sulla sabbia fredda riusciamo a raggiungere una piccola casa di cui non riesco a intuire bene la forma tra la pallida luce di qualche lampione a distanza e quella velatissima della luna che cerca invano di farsi spazio tra le nuvolaglie nere moventi. Saliamo due scalini di legno ruvido di un piccolo soppalco adiacente alla facciata della casetta, con le scarpe in mano e i pantaloni zuppi di acqua salata fino a metà polpaccio, “seawater washed style”, devo proporlo a quella commessa incontrata nel pomeriggio.
Le mani di Gaia stringono la ringhiera di questa veranda di legno che guarda verso il mare. Le mie sulle sue, affondo la testa tra i suoi capelli sciolti, la abbraccio da dietro. Ci aiutiamo a slacciarci gli abiti quanto basta per avere un contatto fisico più diretto. La pelle della sua schiena è liscia e le mie mani scivolano facilmente fino al bacino che mi invita. Mi muovo con un ritmo sinuoso ma deciso alle spalle di Gaia che mi asseconda e si appoggia col ventre al parapetto di legno. La mia sciarpa è ormai sotto ai suoi piedi nudi, insabbiati e salati. In questa posizione privilegiata godo del mare di cui vedo solo timidi riflessi in lontananza, ma sento il rumore delle onde sulla battigia confusi tra i sospiri intensi della mia amante. Godo della brezza leggera che mi smuove i capelli e mi rinfresca il pensiero, delle goccioline di pioggia e mare trasportate sul mio volto. Godo di questo microclima, che nonostante la pioggia finissima persistente, mi sembra molto diverso da quello stressante della città non lontana, della visione esemplare e complice di questa donna che mi da le spalle, di questa serata senza il pensiero del lavoro di domani, della forza di cambiare le cose prima che le cose cambino me stesso, del movimento frenetico di Gaia tra il mio bacino e la recinzione. Godo, svincolato dalla mia amante. Perché va bene tutto, ma insomma.
Per cercare non so cosa Gaia rovescia il contenuto della borsa sulle assi di legno che pavimentano la veranda, un lucida labbra rotola. Tasta per terra nel buio, niente. Io mi allontano di poco per cercare un’angolatura di questa costruzione sufficientemente illuminata. Risulta essere una casa in pietra non molto grande, ma su due piani. Le finestre ben chiuse.
«Walter! Vieni!»
Mi riavvicino. Con un cenno del braccio Gaia mi invita ad entrare.
«Ma è casa tua questa?»
«E’ di mio padre. Ci vive da quando si è separato, da diversi anni.»
«Non c’è?»
«E’ partito, è andato da mio nonno che ha quasi 90 anni e vive all’estero. Da venti anni non si parlano, credo, da quando ero bambina. Non ho mai saputo bene cosa sia successo. Le solite cose che accadono. Mi ha detto che vuole riconciliarsi. Non so come mai si sia deciso adesso. Dai, entra.»
Oltre l’ingresso una libreria fornita, e più in là una foto di una voliera. Il calendario. Un leggero brivido sulle mie braccia.
«Carino qui.» dico.
Gaia mi trascina al piano di sopra incespicando sulle scale buie, mi guida in una stanza, accende una lampada a incandescenza che crea una luce tenue, butta la borsa per terra sopra a diversi vestiti lasciati sparsi che devono appartenerle, e mi fa cadere sul letto spogliandomi.
Due gatti randagi che si sono inseguiti per tutta la serata hanno rovistato tra i bidoni della spazzatura dopo essere stati cacciati malamente da un ristorante di pesce lì vicino. Si sentiva il rumore. Ora si accoppiano e i miagolii della gatta si sentono a lungo e forte nel silenzio della spiaggia.
Poi non so, chiudo gli occhi, e pesantemente dormo.
Mi sveglio con le idee confuse, i ricordi lucidi e la bocca impastata. Non ho modo di sapere che ore siano. Sono solo nel letto attorcigliato, ma sento l’acqua di una doccia che scroscia.
In pochi istanti appare Gaia e riaccende la stessa lampada di ieri sera, la luce mi sembra più intensa. Dal seno all’inguine è avvolta da un asciugamano, i capelli bagnati raccolti con una molletta. Si esibisce in un sorriso spettacolare dice buongiorno e mi manda un bacio con la mano.
Io le rispondo con lo sguardo.
Si volta e l’espressione del suo volto si irrigidisce improvvisamente davanti allo specchio che la ritrae quasi a figura intera. Fa cadere l’asciugamano. La guardo di profilo. Si osserva seria.
«Secondo te - si volta tenendo le mani sui fianchi - ho le braccia grosse?»
«Cosa?» riesco a dire uscendo dall’oltretomba.
«Le mie braccia - insiste - sono troppo grosse secondo te?»
«Beh… no.»
«Allora sono sottili? Ho le braccia troppo sottili?»
Mi sembra che monti del nervosismo, Gaia ha una voce acida che non le riconosco.
«Se hai le braccia troppo sottili? No.» ancora non capisco perché mi porga queste domande.
«E allora come le ho?» continua con un tono che sta diventando un po’ isterico.
«Normali, direi. Proporzionate.»
«Proporzionate a cosa?»
(ma che cazzo dice?) «…proporzionate al resto del corpo.»
«Ah - dice rigirandosi verso lo specchio - sai, ultimamente mi è venuto un po’ il complesso delle braccia…»
«Delle braccia grosse o delle braccia sottili?»
Affila lo sguardo.
«Certo che sei proprio stronzo.»
Ed esce così nuda dalla stanza.
Io mi guardo attorno stranito. Qualcosa in questa ragazza non va, mi pare.