venerdì, 17 luglio 2009

Il titolo del post é un metodo abbastanza subdolo e meschino per aumentare le entrate derivate dai motori di ricerca. Per quanto, poi.

Michael Jackson, insomma, pare sia morto. Quello come Peter Pan, l'eterno ragazzino, quello che non voleva invecchiare. Alla fine c'é riuscito, é bastato morire giovane.

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giovedì, 12 febbraio 2009

Entro in casa, e deposito tutti gli acquisti a terra, sposto il tavolo, le sedie, libero la parete interessata su cui monterò le mensole. Riappoggio la televisione sul mobiletto, e le ridò vita.
  Dei personaggi apparentemente eleganti e seri parlano di diete e di salute e di quanto il peso eccessivo ne mini l’integrità e si alternano ai racconti delle bieche esperienze personali di ciccioni mangioni recidivi dal fiato corto che parlano farfugliando l’uno sull’altro senza far capire niente. Le esperienze si confondono anche nei tentativi di traduzione dall’italiano all’italiano che la conduttrice azzarda tra mille sorrisi. Deve sentirsi bella come una dea tra quella gente eccessiva.
   Decido di lasciarli parlare.
  Indosso una tuta affatto decente e mi organizzo mentalmente il lavoro prima di mettermi all’opera.
  Con un metro pieghevole prendo le misure e marco sulla parete i punti destinati alla foratura assicurandomi che la linea sia orizzontale.
  Punta sul trapano, miro, respiro.
  Affondo nel muro mentre una nuvola di polvere sottile investe mezza stanza ricoprendola.
  Il trapano fatica a penetrare, chissà che cazzo c’è dentro a queste pareti, spero sempre di trovare una pepita d’oro o una mappa di qualche tesoro nascosta nei decenni passati. Trovo solo materiale che con fatica si polverizza e continua a peggiorare la situazione. Polvere grigia, polvere rosso mattone. Trapano e spingo con fatica. Un foro, due, tutti. Una sudata. Ho la sensazione che queste pareti non siano adatte a questo tipo di intervento, troppo invasivo per la loro struttura vecchia e sgretolante. Cominciano i dubbi e monta il nervosismo per essermi dedicato ad un’operazione azzardata e forse inutile. Decido di avere già superato il punto di non ritorno, ormai continuo.
 Inserisco i tasselli, ognuno con la sua particolarità: alcuni devono essere ficcati dentro con colpi decisi di martello, che per l’occasione è stato egregiamente sostituito da un batticarne, dopo aver sperimentato senza successo la tecnica di colpi di libro, altri entrano senza alcuna resistenza, e anzi, si muovono un po’ troppo all’interno del buco. Altri sembrano calzare meglio.
 Appoggio i reggimensola sul muro in corrispondenza dei buchi con i tasselli, inserisco il principio delle viti e inizio ad avvitare.
 E’ l’inizio della fine: alcuni tasselli, deputati al bloccaggio delle viti ed alla sicurezza del sostegno, vengono meno alla loro funzione e ruotano all’interno del buco. Altri si deformano rendendosi inefficienti, altri addirittura escono dal foro, non avendo capito un cazzo su ciò che dovevano fare.
 I reggimensola sono precari, è evidente che non sopporteranno mai il peso della mensola anche se caricata lievemente.
 Respiro tra le polveri che ancora annebbiano l’aria.
 Va bene, mi dico. Riproviamo.
 Altre misure, altri buchi, altre penetrazioni dolorose di tasselli. Il risultato non cambia molto.
 Il mio volto è in tensione. Cerco di mantenere la calma per restare preciso e meticoloso.
 Svito, e smonto per riprovare per la terza volta. La parete è già sporca e ripetutamente perforata.
 Con nervosismo elevato ripeto l’opera: il risultato è ancora peggiore del primo e del secondo tentativo. La parete è piena di buchi, alcuni contenuti, altri degenerati in sgretolamenti irrimediabili.
 Ho la faccia paonazza e tirata, prendo a calci la parete imprecando e lasciando l’impronta delle suole, sbatto a terra i reggimensola, i tasselli del cazzo, tutto. Do un calcione violento alle mensole rimaste appoggiate tra il pavimento e la parete stuprata ferendomi un piede, che inizia a pulsare da subito. Le mensole ricadono e si ammaccano e sbattendo generano un frastuono fastidioso.
 Sbatto le mani sul muro e do un altro calcione che fa cadere qualche sassolino o detrito dai buchi più larghi della parete. Maledico il negozio del bricolage, il momento in cui ho deciso di entrarci, la cassiera puttana, tutte le persone abili in questi lavori che considerano un buono a nulla chiunque non abbia dimestichezza con le fresatrici o quelli che direbbero “ che ci vuole a attaccare una mensola?”.
 Riprendo il trapano e inizio a perforare a caso il muro con una forza invasiva tale da far cedere la struttura come burro sotto all’ impeto del mio braccio armato. Penso di fare cedere la parete a trapanate, distruggere l’appartamento, fare crollare il palazzo. Non so quanti fori ho fatto, strappo il trapano dalla sua foga, e lo scaravento a terra con tutte e due le braccia riuscendo a crepare una piastrella.
 Mi volto, gli obesi continuano a parlare delle loro diete, come se nulla fosse successo in casa mia, e la conduttrice ha anche il coraggio di sorridere. Maledetta, maledetti lardosi, penso di gridare. Mi lancio contro la televisione e le assesto un ennesimo calcione terribile, facendola cadere e spegnendola per sempre.

Il Natale passa rapidamente anche quest’anno. Alcune  persone gioiscono, altre hanno poco di cui gioire.

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venerdì, 11 luglio 2008

Provo a dire che cercheró di mettere un postino un po' piú di frequente, dato che ho saputo che alcuni amici cercano su questo blog notizie su di me, per sapere se sono vivo, se sto bene, le cose basilari, almeno, visto che non mi faccio mai vivo con nessuno. Qualcuno mi manda comprensibilmente affanculo, qualcuno invece lo sa che in fondo penso spesso a parenti/amici. Ma. Il lavoro intenso, le giornate che rotolano via una dietro l'altra, la mente arrovellata tra questioni lavorative, umorali, vitali. Problemi, anche. Spesso in attesa di soluzione. E gli accessori. L'estate in cittá (sempre Madrid), il caldo, la fretta, gli orari, la sete notturna, il cuscino che non é mai fresco, le macchine che tentano di investirmi, le intercettazioni (sssst), l'aria condizionata. E giú. Gli incubi di notte, le sveglie presterrime, il noleggio dell'auto, i calzetti sotto il letto, il lodo Alfano, la schima da barba finita, la cassiera colla faccia da culo, calle Alcalá chiusa al traffico, gli stronzi in genere, che non crepano mai. E di nuovo, "non ho chiamato A, B né C. Nemmeno uno straccio di mail. Dai, scrivo domani. Anzi, chaimo. Adesso chiamo. Senza saldo, cazzo. Ricarico il telefono, e domani chiamo tutti. "

Certo, Paolo.

e cosí via, ad libitum. Vi abbraccio.

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lunedì, 25 febbraio 2008
«Andiamo?» Chiede
«Dove?» Chiedo
«Da qualche parte, no?» risponde sorridendo come mai nessuno ha sorriso.
Raggiungiamo a piedi un locale a me sconosciuto: l’entrata non è altro che un portoncino che apre su una rampa di scalini illuminata da plafoniere contenenti tubolari di neon bianco. Oltre la rampa di scale sbarchiamo su un tappeto consumato affiancato da due posacenere a stelo, e qualche pianta assetata sta lì. Una delle porte che ci si presentano è aperta, quindi la varchiamo. Questo posto altro non è che un grande appartamento trasformato in locale a tema; il tema è: appartamento grande. C’è una strana atmosfera, ma piacevole, come se tutti gli avventori in un certo modo si conoscessero, sento delle vibrazioni fluide. Persone di età varia, da ventini a cinquantini. La voce di Madeleine Peyroux ci delizia dall’alto, accompagnata da ottimi passaggi strumentali, piano e charleston di grande effetto, fiati e contrabbassi esperti, vassoi con calici di ottimo vino che mi passano davanti. Sembrano un invito a servirsi, e allora mi servo, che altro dovrei fare? Certi inviti non si declinano. Si tratta di un cabernet sauvignon, profumo intenso con note di spezie. Eccellente con la cacciagione, ma a quanto pare ottimo anche senza cena, con note di sbronza.
Provo una sorta di serenità insolita, ma con un fondo di emozione come se qualcosa che rompe gli schemi dovesse succedere improvvisamente. Come se fossi a una festa in cui tutti più o meno si conoscono e sono in attesa del festeggiato. Gaia accenna qualche saluto, scambia qualche sorriso dei suoi. E nella foschia dei fumi dell’alcool questo mi prude allo stomaco come se di autentica gelosia si trattasse: si è incrinata l’illusione che quei sorrisi fossero solo per me.
Mi prende sottobraccio e alternando leggere strette all’arto a occhiate deliziose, non so se vere o costruite dalla mia fantasia vinacea, mi accompagna da una parte all’altra del grande appartamento e mi presenta ad alcune ragazze e a qualche ragazzo e stringo diverse mani e può essere anche che dica qualcosa sul locale che mi piace, o chi sia il padrone di casa, o sulla musica vibrante che segna la fine del primo tempo. Nel contempo recupero qualcosa da mangiare tipo olive giganti speziate, olive ascolane tiepide dalla panatura moscia, salatini e tramezzini infimi da vassoi dislocati in varie aree di questo strano ambiente, e un paio di bicchieroni d’acqua naturale che in qualche minuto mi schiariscono le idee e danno inizio alla ripresa. Il fatto positivo è che Gaia mi sta sempre a fianco, e ha sempre qualcosa di interessante da dirmi; continuo a vederla sorridente e bella e sembra sia perfettamente consapevole del crescere e decrescere del tasso alcolico nel nostro sangue e delle dirette conseguenze di ciò. Continua a trovare i momenti più opportuni per stabilire con me un contatto fisico, che a questo punto diventa tacitamente ufficiale e trascorriamo un lasso di tempo valutabile tra i tre e i trenta minuti tenendoci per mano, e improvvisamente ma con disinvoltura mi mette una mano nei capelli sulla nuca e poco dopo le massaggio un fianco e forse, dico forse, le tocco il seno mentre della bossa nova pregna l’aria. Poi sorride di nuovo, solo per me. Tutto questo accade al quarantesimo della ripresa, quando ormai i gruppi di conversanti si sono più o meno definiti e gli spostamenti viscosi della gente nelle varie aree sono minimi: solo pochi avventori continuano a servirsi da bere in diverse zone e a fare il pieno di olivone e patatine e a infiltrarsi in gruppi di persone senza trovare una loro identità o delle coordinate nel reticolo sociale di questo posto. Un po’ come me, penso, solo che a me succede nella vita.
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venerdì, 08 febbraio 2008

Questo é quanto proposto. Tutto nasce da una sorta di scommessa di Hemingway. Proprio suonato, il vecchio Hem. Il Corriere propone a tutti di inviare un romanzo di, appunto, sei parole. Solo sei. Compresi articoli e congiunzoni. Mi sembra un'idea a metá tra una genialitá e una cazzata, quella di Hemingway, dico. Io la ripropongo qui, invitando chiunque voglia scrivere il suo romanzo. Semplice: sei parole, solo sei. Che devono raccontare una storia, insomma. Sul Corriere ho letto alcune cose che mi sono sembrate interessanti, ma anche una marea di interpretazioni a mio avviso sbagliate. Questo é quello scritto da Hemingway: " For sale: baby shoes, never worn."  (In vendita: scarpette neonato, mai indossate). Io ne ho proposto tre:

  • Progresso della scienza -  " Tu, uomo solo, partorirai con dolore."
  • Adulterio - " Solo sei parole per te. Troia."
  • Fine di una storia d'amore - " Ti bacio, ma sai di niente."

Scrivetemi anche voi il vostro romanzo. Non dev'essere una poesia, né una barzelletta, né una filastrocca. Solo un romanzo, di sei parole.

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giovedì, 27 settembre 2007

Mi trovo in Spagna, a Madrid.

Il motivo é semplice: offerta di lavoro, rifiuto, rilancio, rifiutino, rilncio, accettazione. Seguono licenzimento dall'impiego in corso a Milano, scardinamento dei vincoli che mi legavano a un appartmento, ricerca frenetica in rete di una sistemazione nella capitale iberica. Questa é la causa della mia latitanza nelle ultime settimane.

Una notizia: nemmeno a Madrid i proprietari di appartamenti provano vergogna nel richiedere affitti stellari in cambio di fogne col campanello. Almeno su questo l'Italia é in linea con l'Europa. Alcuni avvertimenti per chi inizia a scorrere gli annunci immobiliari delle grandi cittá:

1. Luminoso appartamento puó significare che alle 10 di mattina sia necessrio accendere le luci per capire se una porta é aperta o chiusa.

2. Stabile d'epoca é un eufemismo per indicare palazzi pericolanti che sbriciolano calcinacci ogni volta che si sbatte ferocemente il portone, ma sembra l'unico modo per chiuderlo.

3. Servitissimo vuol dire che dopo una marcia di 30 minuti raggiungerete la fermata dell'autobus che vi porterá in altri 30 minuti a un capo di line metropolitana.

4. Tranquilla zona residenziale vuol dire nel deserto. Non é raro che nelle tranquille zone residenziali gli autoctoni non parlino la lingua ufficiale del Paese in cui siete.

5. Appartamento arredato ha molteplici interpretazioni. Nessuna vi stupirá mai positivamente.

6. Mansarda potrebbe significare soffitta.

Ora vado a farmi una passeggiata al Parque del Retiro, che é proprio qui di fronte.

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mercoledì, 08 agosto 2007

Sono a Milano, piove che Dio la manda. La manda sulle mie ferie, la manda sulla mia macchina. La manda sulle mie scarpe che ho lasciato in terrazzo, la manda sulla monnezza dei miei vicini, la manda sulle teste di cazzo. Il mio orologio dice ancora 8 agosto, e le maniche della mia camicia sono ancora arrotolate. Per forza, è agosto. Ma piove e il cielo è grigio. E il caldo soffocante? E le zanzare? La gente che sbuffa, i finestrini del tram bloccati, le ascelle pezzate, le gonne di lino? Forse non mi sono accorto che è già arrivato l'autunno. Cazzo, mi sono perso l'estate! Per fortuna il telegiornale  pronostica code autostradali, dice "partenze intelligenti", protezione della pelle, fototipo, culi sulle spiagge, referendum su topless si/topless no. Questa poi. Perchè non piove sui giornalisti? Poi città deserte, le mete degli Italiani, coste nostrane, Spagna, Grecia, Mar Rosso, diete lampo, grigliate (sei miliardi di euri fruscianti all'anno, dice, per grigliare). Era l'ultima notizia del tg1 economia. Pensavo fosse "verissimo". Meno male che l'hanno detto: ho un amico che lavora tre mese si, tre no e sei nonsisa da qualche anno, che non sa che cazzo fare per arrancare, si chiedeva quale fosse in Italia la spesa media per le grigliate. Sei miliardi di euri che frusciano, amico mio.

 

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domenica, 29 luglio 2007

Tra baci appassionati, sguardi eloquenti, risate etiliche e barcollii sulla sabbia fredda riusciamo a raggiungere una piccola casa di cui non riesco a intuire bene la forma tra la pallida luce di qualche lampione a distanza e quella velatissima della luna che cerca invano di farsi spazio tra le nuvolaglie nere moventi. Saliamo due scalini di legno ruvido di un piccolo soppalco adiacente alla facciata della casetta, con le scarpe in mano e i pantaloni zuppi di acqua salata fino a metà polpaccio, “seawater washed style”, devo proporlo a quella commessa incontrata nel pomeriggio.

Le mani di Gaia stringono la ringhiera di questa veranda di legno che guarda verso il mare. Le mie sulle sue, affondo la testa tra i suoi capelli sciolti, la abbraccio da dietro. Ci aiutiamo a slacciarci gli abiti quanto basta per avere un contatto fisico più diretto. La pelle della sua schiena è liscia e le mie mani scivolano facilmente fino al bacino che mi invita. Mi muovo con un ritmo sinuoso ma deciso alle spalle di Gaia che mi asseconda e si appoggia col ventre al parapetto di legno. La mia sciarpa è ormai sotto ai suoi piedi nudi, insabbiati e salati. In questa posizione privilegiata godo del mare di cui vedo solo timidi riflessi in lontananza, ma sento il rumore delle onde sulla battigia confusi tra i sospiri intensi della mia amante. Godo della brezza leggera che mi smuove i capelli e mi rinfresca il pensiero, delle goccioline di pioggia e mare trasportate sul mio volto. Godo di questo microclima, che nonostante la pioggia finissima persistente, mi sembra molto diverso da quello stressante della città non lontana, della visione esemplare e complice di questa donna che mi da le spalle, di questa serata senza il pensiero del lavoro di domani, della forza di cambiare le cose prima che le cose cambino me stesso, del movimento frenetico di Gaia tra il mio bacino e la recinzione. Godo, svincolato dalla mia amante. Perché va bene tutto, ma insomma.

 

Per cercare non so cosa Gaia rovescia il contenuto della borsa sulle assi di legno che pavimentano la veranda, un lucida labbra rotola. Tasta per terra nel buio, niente. Io mi allontano di poco per cercare un’angolatura di questa costruzione sufficientemente illuminata. Risulta essere una casa in pietra non molto grande, ma su due piani. Le finestre ben chiuse.

«Walter! Vieni!»

Mi riavvicino. Con un cenno del braccio Gaia mi invita ad entrare.

«Ma è casa tua questa?»

«E’ di mio padre. Ci vive da quando si è separato, da diversi anni.»

«Non c’è?»

«E’ partito, è andato da mio nonno che ha quasi 90 anni e vive all’estero. Da venti anni non si parlano, credo, da quando ero bambina. Non ho mai saputo bene cosa sia successo. Le solite cose che accadono. Mi ha detto che vuole riconciliarsi. Non so come mai si sia deciso adesso. Dai, entra.»

Oltre l’ingresso una libreria fornita, e più in là una foto di una voliera. Il calendario. Un leggero brivido sulle mie braccia.

«Carino qui.» dico.

Gaia mi trascina al piano di sopra incespicando sulle scale buie, mi guida in una stanza, accende una lampada a incandescenza che crea una luce tenue, butta la borsa per terra sopra a diversi vestiti lasciati sparsi che devono appartenerle, e mi fa cadere sul letto spogliandomi.

 

Due gatti randagi che si sono inseguiti per tutta la serata hanno rovistato tra i bidoni della spazzatura dopo essere stati cacciati malamente da un ristorante di pesce lì vicino. Si sentiva il rumore. Ora si accoppiano e i miagolii della gatta si sentono a lungo e forte nel silenzio della spiaggia.

 

Poi non so, chiudo gli occhi, e pesantemente dormo.

 

Mi sveglio con le idee confuse, i ricordi lucidi e la bocca impastata. Non ho modo di sapere che ore siano. Sono solo nel letto attorcigliato, ma sento l’acqua di una doccia che scroscia.

In pochi istanti appare Gaia e riaccende la stessa lampada di ieri sera, la luce mi sembra più intensa. Dal seno all’inguine è avvolta da un asciugamano, i capelli bagnati raccolti con una molletta. Si esibisce in un sorriso spettacolare dice buongiorno e mi manda un bacio con la mano.

Io le rispondo con lo sguardo.

Si volta e l’espressione del suo volto si irrigidisce improvvisamente davanti allo specchio che la ritrae quasi a figura intera. Fa cadere l’asciugamano. La guardo di profilo. Si osserva seria.

«Secondo te - si volta tenendo le mani sui fianchi - ho le braccia grosse?»

«Cosa?» riesco a dire uscendo dall’oltretomba.

«Le mie braccia - insiste - sono troppo grosse secondo te?»

«Beh… no.»

«Allora sono sottili? Ho le braccia troppo sottili?»

Mi sembra che monti del nervosismo, Gaia ha una voce acida che non le riconosco.

«Se hai le braccia troppo sottili? No.» ancora non capisco perché mi porga queste domande.

«E allora come le ho?» continua con un tono che sta diventando un po’ isterico.

«Normali, direi. Proporzionate.»

«Proporzionate a cosa?»

(ma che cazzo dice?) «…proporzionate al resto del corpo.»

«Ah - dice rigirandosi verso lo specchio - sai, ultimamente mi è venuto un po’ il complesso delle braccia…»

«Delle braccia grosse o delle braccia sottili?»

Affila lo sguardo.

«Certo che sei proprio stronzo.»

Ed esce così nuda dalla stanza.

Io mi guardo attorno stranito. Qualcosa in questa ragazza non va, mi pare.

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domenica, 29 luglio 2007

A casa mangio uno yogurt e ripenso alla mia serata e mi chiedo cosa sarebbe successo se avessi proseguito andando in un pub assieme a quei ragazzi. Forse ne avrei ucciso uno, o tutti, alla fine.

Fatti a pezzi e ricoverati in qualche frigo. Avrei infittito i quotidiani e arricchito i telegiornali di qualche mese o anno dopo, mezzi di informazione che ciclicamente si nutrono e sguazzano in queste notizie che stimolano la voracità dei più. Utenti che, nascondendosi dietro al disgusto morale, si sollazzano nel gusto estremo dello splatter e nella perversione del macabro.

Guardare nel dettaglio microscopico la sofferenza, stringere l’inquadratura sempre di più sulle rughe di dolore e sulle lacrime di chi subisce, questo vende. Domandare a persone nel culmine del dolore cosa provano in quel momento, e cosa vorrebbero dire agli aguzzini di figli uccisi, sorelle massacrate, amici strangolati o presi a badilate.

E cosa cazzo dovrebbero dire?

Una volta i film più cruenti erano i western in cui la scena all’apice dell’emozione era: sguardi, attesa, BANG!, Aaaah. Uomo a terra, ucciso. Adesso si vede di frequente la composizione delle viscere umane che viene meno per il passaggio di un proiettile o una lama, una sorta di telecamera sul bisturi di un chirurgo pazzo, insomma. Siamo tutti un po’ perversi, mi sa.

A letto penso a domani, a domenica, a non presentarmi al lavoro lunedì, a telefonare a Carmen, a una galleria d’arte che avevamo visitato assieme, a una foto che avevamo progettato, al pigiama che le avevo regalato, ai suoi esami di psicologia, al suo modo dolce di parlare con i bambini.

Poi a un film che avevamo visto al cinema.

La pizza si ripresenta, lo stomaco gonfia. Mi sento appesantito e nauseato. Mi alzo, bevo dell’acqua, ma è peggio. Mi rinfresco il viso in bagno, mi osservo nello specchio.

Ho la testa nella tazza, respiro piano. Mi libero della pizza e dell’alcool. Ancora. Ancora. Rovescio il niente, conati dolorosi, lo stomaco mi sembra stretto da una morsa meccanica e micidiale, una lattina schiacciata. Penso di morire.

Mentre attendo che finisca l’atrocità immagino di spingermi oltre, entrare dalle tubature in un mondo sotterraneo dove grossi topi dagli occhi rossi mi vogliono attaccare. Mi scendono le lacrime. Riesco a rialzarmi e mi sembra che le gambe quasi non reggano. Riguardo nello specchio: sono pallido e madido, mastico del dentifricio. Mi risciacquo e torno a letto. Rimango immobile con la bocca semiaperta per respirare.

Scorrono le ore prima che il sonno mi degni di considerazione.

 

Il fine settimana passa lento e inutile. Per due giorni non faccio nulla. Non leggo, non vedo nessuno, non ascolto musica, non parlo, niente. A dire il vero non so come faccia a trascorrere il tempo.

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sabato, 28 luglio 2007

Inizia a piovere. Parcheggio di fronte all’edicola, scendo, acquisto un quotidiano. Galleggio fino al bar. Sulla vetrata mi specchio, accettabile. La rasatura di fresco mi dà la sensazione di un’improbabile patina leggera di abbronzatura. Illusione che comunque rende gli occhi più accesi e brillanti. Abiti dal cromatismo sobrio e coerente, tono su tono. Sull’acconciatura c’è ancora da lavorare. Entro e gli avventori parlano e sciolgono zucchero e afferrano brioches e si sbriciolano addosso e fanno si o no con la testa e leggono “alla crema” o “vuote” e dicono mi scusi, permesso, con la bocca piena di krapfen e zucchero a velo sul bavero e pagano alla cassa un caffè, o hanno l’abbonamento.

Al bancone mi ricavo uno spazio discretamente comodo liberato da due signore che come granchi sono scappate con passo veloce e laterale dopo un paio di colpi di tosse grassa catarrale e stomachevole dell’adiacente signore dall’aspetto tisico, che poi le ha seguite verso l’uscita. Inizio a sfogliare il mio quotidiano dopo aver chiesto un caffè, ristretto per favore.

«Ciao! Sei in ritardo oggi.» una voce da dietro le notizie dall’estero. Abbasso il giornale.

Tutte le linee prospettiche della mia visione del locale convergono verso il volto di questa ragazza che nella mia mente appare come una guest star che interpreta se stessa in una sit-com americana: un attimo di silenzio del copione e applausi del pubblico. Capelli castani raccolti come di consueto in un ciuffo occipitale alto e allegro, ciocche che ne escono qua e là, pelle di velluto, trucco appena accennato, occhi sorridenti.

«In ritardo per cosa?»

«In ritardo rispetto al solito: adesso sono quasi le nove. Tu in genere vieni con una ragazza. Tra le otto e le otto e mezza.»

«Come lo sai?»

«Guardo l’orologio.»

«Domanda scema…»

«…risposta banale.»

Sorride. Sorrido.

«Mi leggi l’oroscopo?»dice.

«Io non credo nell’oroscopo, come fai a credere che movimenti planetari possano interferire con l’andamento della tua giornata? Ad ogni modo… che segno sei?»

«Toro.»

Sfoglio qualche pagina avanti e indietro.

«Ecco. Toro: “ La mattina vi incontra di umore alterno, nel pomeriggio potrebbero esserci dei cambiamenti. Alcuni piccole discussioni nell’ambito lavorativo potrebbero mettervi in una luce ambigua: non siate precipitosi. La salute potrebbe subire lievi variazioni sia per chi sta bene, sia per chi è cagionevole. In amore date spazio ai sentimenti sinceri.”  E’ molto preciso e dettagliato, come sempre, direi. Ora ti sarà tutto più chiaro.»

«Ma guarda che mi ci riconosco.»

«Infatti, ho letto pesci.»

Sorride. Sorrido.

La clientela è sparita quasi del tutto, come comparse che al momento opportuno vengono tolte di scena da plateali e vigorose sbracciate dell’aiuto regista da dietro la macchina da presa.

(Ogni minuto, ora, giorno o settimana che si aspetta è tempo perso, se realmente si è deciso qualcosa.)

«Come ti chiami?»

«Gaia.»

«Walter. Gaia, andiamo da qualche parte stasera?»

«Da qualche parte? Va bene. Da qualche parte mi piace. Ora ti scrivo il mio numero. Chiamami dopo pranzo e ci mettiamo d’accordo. Ok?»

«Vedo se il mio oroscopo lo prevede.»

«Dai, chiamami. Ci tengo.»

Mi accarezza una mano. Sorride. Sorrido.

Da qualche parte. Facilissimo.

Mi avvicino all’uscita, la pioggia crea rigagnoli sulla vetrata. Mi immobilizzo e tentenno per qualche secondo, mi giro e lancio a Gaia un’occhiata che neanche Bruce Willis, sfilando con architettata disinvoltura un bell’ombrello di chissà chi dal portaombrelli.

«Scusi - la voce di una comparsa dal bar - quello è il mio ombr…»

Ma ho già preso l’uscita e ben riparato sono dall’altra parte della strada confuso tra la gente.

…what a wonderful world…

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